La Cattura dell’Orso Martino è una delle tradizioni più identitarie di Chiusano di San Domenico e si rinnova ogni 2 febbraio, in occasione della Candelora, quando il proverbio ricorda: “Vierno rinto, estate fore”. Le origini sono incerte, ma tra le ipotesi più diffuse vi è il legame con antichi culti delle popolazioni italiche dell’Appennino centrale, territori storicamente abitati dall’orso bruno. Con la cristianizzazione, il rito si è progressivamente sovrapposto alla festa religiosa, assumendo il significato simbolico del passaggio dall’inverno alla primavera.
Secondo la tradizione, dodici cacciatori – uno per ogni mese dell’anno – salgono in montagna guidati da due figure centrali: il dirigente, voce solenne e organizzativa del gruppo, e il segretario, ironico e pungente. L’orso può essere trovato sveglio oppure ancora in letargo; in quest’ultimo caso viene “scazzecato”, stanato, perché il suo risveglio segna simbolicamente la fine del freddo. Nei copioni più recenti la ricerca è arricchita da toponimi locali, strategie di caccia e tentativi di fuga dell’animale. I cacciatori attraversano valloni e piani, si dividono e si rincorrono finché l’orso, dopo una fuga rocambolesca, viene catturato e simbolicamente incatenato.
Le catene, come ricordano i testi, non hanno funzione punitiva ma scenica: “servono pure pe’ porta’ li cani”, a sottolineare il carattere allegorico della rappresentazione. L’orso, chiamato Martino, viene quindi condotto in paese tra musica, campanelli e tarantelle, mentre il dirigente scandisce i momenti rituali con espressioni come “Baila, Martino!” e “Accundrè!”.
Durante la sfilata la compagnia si ferma davanti alle case, riceve dolci e liquori e ringrazia le famiglie con versi in rima, spesso costruiti sui soprannomi di famiglia. Oggi questi interventi sono più strutturati e preparati in anticipo, pur mantenendo lo spirito satirico.
La scena culmina in piazza con l’appello dei dodici cacciatori, il racconto della cattura, la parte satirica dedicata a temi locali e attuali e i ringraziamenti alla comunità. Il segretario punzecchia con ironia, mentre il dirigente guida il rito e perfino gli inchini dell’orso.
Le prime foto risalgono agli anni ’80-’90; prima restano solo ricordi orali. Il costume è cambiato nel tempo: dopo una fase marrone, negli ultimi anni l’orso è tornato al bianco originario, realizzato un tempo con lana di pecora.
Accanto all’Orso dei grandi sfila anche l’Orso dei piccoli, nato nel 2007 con il progetto scolastico “Adotta una festa”. Negli ultimi anni la Pro Loco “Piero De Napoli” ha rilanciato stabilmente la tradizione. Non è solo folklore: è memoria, identità e orgoglio di un’intera comunità.